Assessori per i ragazzi 2011

Vuoi conoscere le leggende e le tradizioni dei monti Sibillini?

Ti proponiamo le letture de “GLI ASSESSORI LEGGONO PER I RAGAZZI 2011 – La Villa Parlante”, tratte dal libro “I SAPERI NASCOSTI – DOVE DORME LA NEVE” di Daniele Re, Francesco Capocasa, Raffaele Severi e Stefano Treggiari (progetto AMAT).

Troverai notizie su fate, streghe e sul mondo fantastico e delle nostre terre e rivivrai le atmosfere misteriose narrate dai nostri nonni.

Buona Lettura!


FIABE

“C’era un uomo che gli morì la moglie e rimase con due figli… Riprese moglie ma la matrigna non li poteva vedere quei bambini e disse al padre di portarli via… Il padre li portò a fare la legna nella macchia ma quello più grandicello prese la cenere e mentre camminavano fece la stradella con la cenere… Quello li lasciò su e se ne tornò a casa… La sera mentre stavano mangiando (il padre) diceva: “Dove saranno i miei figli? Avranno fame?” … “Portacelo qui fuori da mangiare che siamo qui fuori!” risposero i figli… “Come hanno fatto? si chiese il padre… Ma la matrigna li fece portare via un’altra volta… La seconda volta invece di prendere la cenere prese la semo la ma le bestie se la mangiarono e non poterono ritrovare la strada per tornare a casa… Allora andarono su per la macchia e videro una lucetta da una parte. Videro questa luce e andarono a bussare alla porta… Andò ad aprire uno che gli chiese: “Chi siete voi?” … “Noi ci siamo perduti” dissero i bambini. “Va bene, venite che vi alloggio io”… Questo era un orso mannaro che pensò: “Adesso stanotte me li mangio”… C’era la bambina più grandicella (erano un maschio e una femmina) che aveva capito che li voleva ammazzare… “Come si fa?” pensò. “Andiamocene” disse al fratello “perché ci vuole mangiare” … “Tu sei matta” rispose il fratello. “Ha già mangiato a cena”… Allora la bambina prese un coltello e se lo mise dentro al letto… Quando l’uomo andò lì che se li voleva mangiare gli diede una coltellata, lo prese al collo e lo ammazzò. Allora rimasero loro due senza nessuno. Quando tornarono in paese e la matrigna seppe che loro erano stati lassù e avevano ammazzato quest’uomo e adesso avevano la casa, allora se li riportò giù… Perché voleva la casa”.

(informatore 1914, Montegallo)

LE FATE

“Le fate erano vestite bene con tutte vesti larghe e andavano sempre ballando… Noi perché andavamo su’ sotto al Vettore a pascolare le pecore… Erano belle, vestite bene e allora ci tenevamo per ballare… Andavamo a lavorare e poi lassù imparavamo a ballare. Lasciavamo le pecore a pascolare e andavamo su a ballare. C’era chi suonava. Iniziavamo il lunedì fino al venerdì perché il sabato non si lavorava… Andavamo su nelle due ore che avevamo di riposo tutti i giorni… Io queste fate le ho conosciute… erano come noi… ma non hanno mai detto da dove venivano. Quelle si presentavano quando era ora di ballare… Noi eravamo a lavorare e a mezzogiorno andavamo via e andavamo lassù. E lì un divertimento… Mia mamma portava le vesti come quelle delle fate: vesti larghe con la vita dritta e sopra un “giubbetto”. I colori erano marrone, grigio, verde, … Le fate erano 12… Quando andavamo a lavorare, una mattina siamo andati su e abbiamo trovato queste donne che volevano ballare … Ballavamo… il saltarello… Le fate volevano solo ballare e non parlavano, non dicevano niente… Poi noi andavamo via e loro rimanevano lì a ballare, dal mattino fino a sera a ballare…

…Quando venivano a Pretare e scendevano da su alla casetta, ti dava piacere vederle… Prima si ballava bene ma adesso. …(Le fate) portavano un cappello e i capelli fatti “a triangolo” legati dietro la nuca con questo cappello sopra del colore della veste… Non parlavano però evidentemente erano state avvertite di non dire una parola… Neppure volevano niente da mangiare… Quando si erano stancate andavano via ma dove stavano non si sapeva. Entravano dentro la grotta e non si sapeva altro… Quando eravamo a lavorare noi avevamo la pausa da mezzogiorno alle due ma quando andavamo nella grotta loro già erano pronte…

Solo dopo sono venute quaggiù in paese e scendevano dalla piazzetta dove ci sono gli scalini. Di notte quando andavano via noi le vedevamo perché portavano quelle luci antiche, le lanterne, e si vedevano queste luci sulla montagna… Le fate portavano queste vesti larghe con questa blusetta, i capelli belli fatti con questo cappello a vederle era un amore… Erano signore antiche ma vestite bene… Loro non avevano uomini. I pastori nostri andavano su a ballare con le fate… Non portavano le scarpe… portavano le pantofolette leggerette che si consumavano… Erano chiuse e tutte colorate, belle”.

(informatore 1913, Arquata del T.)

“Il segreto delle fate, da come raccontavano i vecchi, era che portavano i piedi come le capre… “Siete belle, siete fate, ma vi scricchiolano i piedi come le capre”… Le capre quando camminano fanno un piccolo rumore… Le fate avevano zoccoli di capra che nascondevano agli occhi indiscreti con vesti lunghe fino a terra. Un pastore di Fo ce, riconoscendo il particolare scricchiolio che proveniva dai piedi di quelle bellissime donne, sollevata la gonna, scoprì il segreto delle fate… Le fate allora, in cambio del suo silenzio gli offrirono ricchezza e felicità. “Tu non parlerai e in cambio del tuo segreto avrai ricchezza a dismisura: ogni volta che metterai la mano nella tasca la ritirerai carica di monete d’oro”… Questo tale acquistò un grande gregge di pecore e si spostava tra Foce e la Maremma dove si costruì una bellissima casa… Viveva felice e contento. Nessuno seppe nulla per qualche tempo ma poi il pastore si lasciò sfuggire quel segreto.

Un vortice di vento portò via tutte le sue ricchezze lasciandolo povero canna… Finì la sua esistenza nella miseria più nera maledicendo il giorno in cui aveva infranto il patto con le fate”.

(informatore 1919, Montemonaco)

“Mia nonna raccontava che anticamente a Piedivalle e Valle, quando c’era la messa, i genitori trovavano i bambini tutti sciupati perché le fate giocavano con i bambini: se li lanciavano da una finestra all’altra delle case. Si capiva che erano fate perché gli scrocchiavano i piedi come le capre… Le fate facevano come una metamorfosi…

Scendevano a Valle e Piédivalle per ballare con i giovanotti ma poi se li trascinavano sulla montagna. I giovani non tornavano più. L’unico che si è salvato è stato il Meschino perché non ha mangiato i frutti fuori stagione.”

(Informatore 1924, Monte Falcone Appennino)

“Delle fate si raccontava che gli crocchiavano i piedi quando andavano a ballare a Foce… Erano ragazze come le altre che poi i giovanotti vanitosi ci si divertivano e peccavano. Poi il venerdì si trasformavano in serpenti. Andavano a ballare a Rocca o a Foce… A volte si riportavano dietro i giovani dei paesi… Uscivano dalla grotta che sta sulla Montagna delle Fate”.

(Informatore 1925, Roccafluvione)

LE STREGHE

Nella tradizione orale le streghe sono rappresentate come donne, non necessariamente vecchie, sottomesse al demonio. Si diventa streghe perché durante il battesimo i compari sbagliano nel pronunciare

le formule di rinunzia a Satana. Esse si alzano in volo attraverso il camino la notte di venerdì per partecipare al sabba presso il “noce di Benevento”. Sono solite trasformarsi in gatti per entrare nelle case e attaccare i bambini del cui sangue si nutrono. Il loro naturale antagonista è il cane. Si radunano presso i crocicchi delle strade di campagna specialmente dove ci sono alberi di quercia. Volano sui rami degli alberi emettendo sibili atroci. Chi volesse vederle deve recarsi il venerdì a mezzanotte presso questi crocicchi munito di una forca per il fieno e seguire delle precise istruzioni. Dove passano lasciano puzza di olio bruciato. Per salvare una strega dal suo destino occorre farle uscire del sangue.

“Un uomo “faceva l’amore” con una ragazza che sapeva essere una strega. Gli fu consigliato di andare a casa della ragazza a mezzanotte di venerdì per vedere se era una strega. Se quella avesse preso il volo doveva colpirla e farle uscire il sangue. Quando quella è volata per il camino via lui era pronto con uno spiedo e l’ha infilzata e lei è tornata normale e si è salvata”.

(informatore 1932, Rotella)

“Quando passavano le streghe c’era sempre odore di olio fritto… Quella nelle streghe era una credenza fondata. Non solo i bambini ma anche gli animali erano soggetti alle streghe. Se uno aveva una cavalla era facile che fosse presa dalle streghe. E qui ho la testimonianza di mio nonno che una volta non poté andare ad Ascoli perché aveva ritrovato la cavalla tutta intrecciata, la criniera e la coda tutte intrecciate, tutta sudata e sbattuta… Gli ci vollero un paio di giorni per sciogliere le trecce… Chi potesse aver fatto questo lavoro se non le streghe non si sa… Un altra credenza sulle streghe riguarda gli incroci delle strade: dove si incrociavano tre strade dicono che lì si potessero vedere ma ci dovevi andare con la forcina. Ti mettevi con la testa nella forcina e le vedevi passare… Anche io che non ci credo ho sentito dei sibili nell’aria così pure l’odore di olio fritto”.

(informatore 1923, Castignano)

“Le streghe possono fare tutte le arti tranne quelle del cane, meno i versi del cane… Una notte venivo da Santa Vittoria e ho sentito un vento che girava. Più guardavo più non vedevo e sentivo una puzza di petrolio, di olio bruciato. Poco più avanti c’era una fontana con una bella donna che stava prendendo l’acqua… Era successo qualche tempo prima che un vecchio di Monteleone aveva ucciso un cane selvatico e ne aveva preso la pelle per conciarla per farne le scarpe. Quest’uomo mi aveva regalato un pezzo di questa pelle per farne stringhe per allacciare le scarpe. Se tu ti allacci le scarpe con la strighe di cane le streghe non ti possono toccare. Allora quando incontrai quella donna le gridai “Ehi bella”. “Se stringa di ca’ non fosse ti faria vedé se bella fosse” mi rispose la donna che era evidentemente una strega”… Una volta da giovane a Montefortino c’era un amico che aveva la ragazza che si diceva che era una strega. Per vedere se era vero questo amico si mise una notte presso la Madonna della Fonte con una forca sotto il mento, in piedi come una mummia. Passarono una ventina di streghe e ognuna gli sputò addosso dicendo “Brutto impiccataccio, che fai?” Ma non lo poterono toccare perché portava la forca. Tra queste venti che andavano al raduno c’era anche la fidanzata… Sia alle streghe che ai lupi manà si doveva far uscire il sangue con un punteruolo se si voleva salvarli… Le streghe “moccicavano” sia i bambini sia gli adulti. Mia nonna è riuscita a capire chi la “moccicava” dai denti. Da allora non l’ha più toccata… Si diventava streghe se i compari sbagliavano le parole del battesimo. Ora però dicono che non esiste più niente”.

(informatore 1924, Montefalcone A.)

“Si racconta di uno che aveva un cavallo e la mattina nella stalla lo trovava sempre tutto sudato… Allora ci mise un guardiano… però il guardiano si addormentava e non si accorgeva quando portavano via il cavallo… Ne cambiò diversi fino a che ne trovò uno un po’ più svelto: mise la sella al cavallo e ci si mise a sedere sopra… La notte andarono le streghe e urlarono: “Uno via!”. Ma il cavallo rimase fermo… “Può darsi che sia incinta” disse la compagna… Ma quelle erano due persone perché c’era il guardiano seduto sopra…

Quando la strega disse: “Uno, due, via!” allora partì il cavallo con il guardiano sopra. Dicono che volava… Era d’inverno, c’era la neve e li portò a Benevento… Laggiù si erano riunite tutte queste streghe che ballavano e suonavano, mangiavano ciliege e frutta di ogni qualità… Arrivati lì il guardiano pensò: “Adesso per far sapere al padrone una cosa precisa scendo e mi prendo anch’io qualcosa poi risalgo perché se questo riparte poi io con che cosa torno?”… Scese, si mise un po’ di frutta in tasca poi risalì a cavallo… Dopo il ballo ripartì con il cavallo e tornò alla stalla… Il guardiano era più morto che vivo di paura… Alla mattina disse al padrone: “Lo sai dove è andato il tuo cavallo stanotte?. “Dov’è andato?” … “A Benevento. Lì mangiavano tanta frutta di tutte le qualità”… Era d’inverno e non era tempo di frutta… Andò dal prete e fece benedire la frutta che aveva preso ma era solo sterco di cavallo, di pecora, di capra… Sembrava che fosse frutta ma non lo era”.

(informatore 1927, Roccafluvione)

LA SIBILLA

“Mio padre aveva un libro delle fate, del Guerrin Meschino che gli aveva lasciato un vecchietto. Mio padre c’è stato sulla montagna delle fate e diceva che c’erano tre scalini. Si diceva che dovevi stare attento a quello che ti davano da mangiare e di prendere sempre e solo la frutta di stagione. Poi c’è un ponte e su questo ponte due leoni che se stanno con gli occhi aperti passi e se stanno con gli occhi chiusi, no. Giù dentro ci stanno tanti giovani condannati.

Queste fate andavano a ballare nei paesi e si portavano via i giovani più belli. Poi un vecchio gli disse “ quanto sono belle queste fate, peccato che gli scrocchiano le gambe come alle capre” Allora le fate sono scomparse e non sono tornate più. Babbo c’è stato dentro alla montagna delle fate e diceva che c’erano questi tre scalini. Mio padre ci si prese una pena perché non sapeva leggere e si doveva fare leggere questo libro”.

(informatore 1919, Sarnano)

“Oltre alle otto Sibille che stanno a Serravalle del Chienti sulla volta della chiesa, nella Santa Casa di Loreto, sul rivestimento marmoreo che copre la Santa Casa, sono raffigurati sotto otto profeti che parlano di Gesù che viene; sopra agli otto profeti indovina chi ci sono… le otto Sibille… Nella tradizione popolare c’è il racconto di questa donna che andava in giro a predicare e arrivava al massimo a Camerino o a Polverina. Parlava e predicava ed è diventata famosa perché faceva impressione che una ragazza si mettesse a predicare senza paura in mezzo alla gente”.

(1933, Serravalle del C.)

LA MANDRAGORA

“Buonasera, mandragora, buona Signora
e buona madre che tocchi con la testa i cieli,
che immergi le tue radici sotto terra
e la cui veste ondeggia ai venti.

Tu sei la regina dei cieli e delle tempeste,
sei la regina dei fiori,
perché dinanzi a te si prosternano tutti i fiori
e vengono a celebrare la tua potenza.

Con i gomiti e le ginocchia nude,
con la fronte piegata fino a terra,
ti prego e ti invoco di volermi concedere forza e salute”

(preghiera popolare rumena)

Il primo incontro con la mitica pianta è avvenuto a Montefalcone Appennino, nell’entroterra marchigiano in Provincia di Ascoli Piceno.

Parlando delle piante curative utilizzate in passato, un pensionato di anni 80, così ci racconta di una sua esperienza avuta da bambino, nel 1932, con un curatore della zona.

“Quando andavo ancora a scuola, avevo 8 anni, c’era mio zio che aveva una broncopolmonite doppia e i medici l’avevano dato per spacciato. Fu chiamato allora questo… che disse: «Oggi non ti posso fare niente. Dopodomani torno e potrò fare qualcosa». Doveva andare sulla montagna a prendere un’erba. Quest’erba era la belladonna… La belladonna tu non puoi carpirla: è una pianta che se tu la tagli fa sangue… Mia nonna mi ha detto che quell’erba era la belladonna. Non potevi carpirla, se carpivi quell’erba morivi.

Chi voleva carpirla la scalzava (ossia toglieva la terra intorno alla radice), e si portava un cane che attaccava con uno spago alla pianta. Il cane con l’andare tirava fuori questa donna poi moriva. Forse non moriva quel giorno però moriva. Se la tagliavi questa pianta faceva sangue. La linfa era rossa come il sangue. Di questo mi ricordo bene perché lo raccontavano spesso mio nonno e mia nonna. Non so come D. la preparasse però mio zio guarì”.

Tutte le tradizioni della belladonna o mandragora evidenziano il fatto che la pianta non potesse essere estirpata dalla terra senza morirne; il fatto che per estirparla ci si servisse di un cane legato alla pianta con una corda o uno spago dopo averne ripulito la radici e il fatto che una pianta che “fa sangue”.

Il ricordo di un’erba che se tagliata stilla sangue e scatena tempeste è presente in numerose testimonianze. Come ad esempio in quella di un pensionato di anni 75 di Ussita, in Provincia di Macerata, che afferma: “Una volta i vecchi dicevano che si trovava una pianta che chiamavano indemonia e che quando si falciava a mano la lama diventava rossa come il sangue….”.

O in quella di un pensionato di anni 68, sempre di Ussita, che così ricorda le parole del nonno: “A Valle Tela mio nonno mi diceva non ci andare mai perché ci sono le manciole o manine. Nonno curava con le erbe e io trovai un libro di piante medicinali, il Mattiolo, in pergamena illustrato. Lui lo conosceva a memoria. A Valle Tela, località che si raggiunge andando dietro Monte Rotondo, si sale sul Farnio, poi si scende e si risale, ci sono diversi punti dove, quando andavano a fare il fieno, la falce si macchiava di sangue e venivano i temporali con i fulmini tanto che non ci sono andati più. Lui c’era andato e riuscì a tirarla fuori ma si scatenò un inferno. Per trovarla si doveva scavare come si scava per trovare la genziana. La forma della radice era simile alla sirena di mare, con le quattro radici che erano le gambe e le braccia tanto da sembrare una donna. Con questa pianta si facevano le magie. Mi diceva sempre: «tu non ti azzardare mai a cercarla e se la trovi non la carpire»”.